Immagine creata artificialmente per scopi illustrativi

Più Bosisio, Paolo Villaggio e Plinio Fernando in una scena di Fantozzi
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La trasposizione cinematografica di Fantozzi ragionier Ugo, matricola 7829/bis dell’ufficio sinistri, ha compiuto cinquant’anni. Nato dalla penna di Paolo Villaggio, l’impiegato più scalognato d’Italia è stato protagonista di una fortunata serie di romanzi e film che l’hanno celebrato come l’ultima maschera del cinema italiano. Il volto rotondo, l’immancabile basco e l’espressione facciale implorante pietà fanno ormai parte dell’immaginario collettivo. Così come il linguaggio: gli indimenticabili “venghi”, “megadirettore galattico”, “rutto libero”, che hanno arricchito la lingua di Dante e Manzoni con neologismi di taglio impiegatizio. A cinquant’anni dalla prima pellicola, è lecito chiedersi se le avventure di questa figura tragica del Novecento abbiano ancora una ragion d’essere nella società contemporanea. Oltre alle gag, alla Coppa Cobram e al celebre “batti lei”, c’è ancora spazio per Ugo Fantozzi?
Una attenta rilettura della saga fantozziana evidenzia un tema meritevole di riflessione: la sottomissione dell’uomo comune di fronte all’autorità. Un tema universale, con una lunga tradizione filosofica alle spalle ed innumerevoli riferimenti letterali. Villaggio lo analizza nell’Italia del secondo dopoguerra, un Paese che ha dimenticato i fasti del boom e si trova immerso in un presente fosco dominato da centri di potere consolidati - politica, industria, finanza, chiesa - in costante osmosi con apparati deviati e criminalità organizzata. In questa Italia oscura, si fa strada la categoria degli impiegati: l'anello di congiunzione tra il vertice della nuova nobiltà dei capitani d’industria e la base operaia. È l’apparato che gestisce la burocrazia, quel delicato marchingegno costruito per ostacolare il dialogo tra le categorie e mantenere una ampia sperequazione sociale tra le classi. Una categoria composta, per lo più, dall’italiano urbano di estrazione piccolo borghese, nato sotto il regime fascista e cresciuto nel dopoguerra democristiano. Vanta un’istruzione scolastica media, un livello culturale settoriale legato alle mansioni lavorative e delega la propria formazione alla crescente influenza dei media, soprattutto televisivo, tra pubblicità, spogliarelli, calcio, soap opera e una cacofonia diffusa. Questo nuovo italiano civilizzato è diventato schiavo dei consumi. Vive in feroce competizione con i suoi pari, spinto dalla logica dell’accumulazione del capitale e dal bisogno di approvazione del sadico potente di turno che, intanto, osserva la zuffa divertito.

Paolo Villaggio e Gigi Reder in una scena di Fantozzi
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Da tale contesto, Villaggio crea un personaggio - e tutto un mondo - che, come narrava Gaber, “attraversa ossequiosamente lo squallore della propria sopravvivenza quotidiana”: il ragionier Ugo Fantozzi. Un uomo comune, sposato e padre di famiglia. Vive in un appartamento condominiale e guida un’utilitaria. Un impiegato come tanti, che corre per timbrare il cartellino, si invaghisce di una collega e ha un ristretto giro di amicizie. La fotografia di una persona che sembra avere tutto per essere felice, invece vive una profonda tragedia individuale. Villaggio la espone con occhio attento, facendo ricadere sulle spalle di questo umile ragioniere le sconfitte di un’intera categoria. La categoria passata quasi indenne dal trambusto del sessantotto, che ha sacrificato, sull’altare di un inevitabile e mortificato individualismo, le delusioni patite in ambito collettivo e sociale. In fondo, Villaggio rielabora il pensiero di Marx tratteggiando un sapiente affresco contemporaneo: l’impiegato medio di una multinazionale italiana degli anni Settanta e Ottanta è il novello proletario sottomesso al potere dominante. Come tale, Fantozzi è il soldato di un esercito che difende un sistema che intanto lo stritola, destinandolo ad una perenne sconfitta. Ne acquisisce persino consapevolezza, al punto di ribellarsi prima di rientrare nei ranghi, impotente nei confronti di un avversario che lo domina. In questo caso, Villaggio si allaccia alla lezione di Marcuse, laddove nelle società avanzate la logica del consumismo ha spento ogni spirito di rivoluzione. Fantozzi è il prodotto di una società dei consumi che lo blandisce con falsi bisogni e lo anestetizza per spegnerne qualunque velleità di reazione. Siamo davvero di fronte a un affresco che, oggi, ha perso intensità? O conserva ancora tratti vivi e attuali? Vale la pena chiederselo e, magari, rispondere.

Andrea Giorgetti
Giornalista
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