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Elvis Presley: il sogno (e l'incubo) americano

Elvis Presley: il sogno (e l'incubo) americano

Fin dai suoi primordi, il rock è un organismo musicale vivente con un corredo genetico radicato nello spazio e nel tempo. Grazie a una complessa contaminazione di fattori ambientali, culturali e sociali compie un’evoluzione biologica che sembra esaurirsi con la sua ultima mutazione - l’hard rock - e la nascita di una nuova specie: l’heavy metal. Non più immerso in un processo evolutivo progressivo, dal crepuscolo del “periodo classico” il rock inizia a generare generi musicali che rivisitano la tradizione e gli stilemi del passato in chiave contemporanea. Per comprendere questo processo di rigenerazione occorre fare un passo indietro. 

Nella seconda metà degli anni ‘60, l’affermazione dei Velvet Underground determina una frattura all’interno della “corrente classica” del rock, riconoscibile come proto punk. Pur prendendo le mosse da stilemi consolidati, l’opera di Lou Reed e compagni inaugura un linguaggio nuovo votato alla rifrazione formale, al minimalismo sonoro e alla sottrazione armonica e melodica. Tale poetica influenza la nascita di generi coevi che domineranno nella decade successiva: fra questi vi è il glam. 

Il termine deriva da glamour, e nel rock indica un insieme di espressioni musicali abbinate ad un’immagine volutamente provocatoria e scandalistica. In quello che si potrebbe definire un post-rock o neoclassicismo, il ritorno alle forme basilari del rock’n’roll alleggerisce le strutture dei brani, mentre arrangiamenti scarni ed asciutti semplificano la fruizione dei contenuti, rispetto alla densa complessità del progressive. L’ambiguità sessuale diviene tema centrale di una scena che spettacolarizza e definisce un contraltare visivo ad una musica che si vuole più immediata e teatrale. La teatralizzazione, però, non è una scelta puramente estetica: dietro i glitter e il trucco abbondante c’è l’affermazione di una personalità fluida, che attraverso il costume rivendica il diritto di essere un'identità altra e sfuggente.

Un artista guida l’ondata glam che travolge l’Inghilterra del rock nel biennio 1971-1972. Con un repertorio ispirato alle avventure fantasy di Tolkien, Marc Bolan, leader del duo Tyrannosaurus Rex, nutre l’ambizione di diventare una rock star di primaria importanza. Abbandonata la chitarra acustica per quella elettrica, Bolan depura i testi dalle suggestioni tolkieniane, si agghinda di lustrini e pellicce vistose e dà vita a una rock band in formazione classica. Il periodo d’oro dei T.Rex (nuova denominazione della band) inizia sulle note di Hot Love e prosegue con Electric Warrior, album capolavoro del periodo dal quale viene estratta Get It On, 45 giri di notevole successo. Tra concerti sgargianti e spettatori in adorazione, la band tocca l’apice della carriera con The Slider fino a scemare rapidamente nel corso di un paio di stagioni. Nonostante il calo di popolarità, Bolan ritorna in auge poco prima della tragica scomparsa, avvenuta per un incidente stradale il 16 settembre 1977. Non aveva ancora trent’anni. Malgrado la fine prematura, la figura del cantautore ha incarnato lo spirito di una sottocultura emersa dall’anonimato per rivendicare il proprio posto nel mondo. 

Reginald Kenneth Dwight, in arte Elton John, possiede un talento musicale eccezionale, ma un aspetto lontano dagli stereotipi della rock star. Timido, cela dietro vistosi occhiali un’anima fragile e disorientata. Affiancato dal fidato paroliere Bernie Taupin, inizia a scrivere canzoni per altri e poi, nel 1969, trova il coraggio di mettersi in gioco come solista. L’acerbo Empty Sky è il preludio a Elton John (1970), autobiografia musicale di un abile melodista che, con ballate intense (su tutte Your Song) tratteggia una landa cupa. Il successo del disco spalanca le porte alla creatività e il duo John/Taupin sforna capolavori a ritmo vertiginoso: Madman Across the Water, Honky Château, Goodbye Yellow Brick Road ricevono il plauso unanime di critica e pubblico, rivelando un artista maturo e poliedrico. Quel timido ragazzo occhialuto è diventato un Rocket Man da classifica, un animale da palcoscenico che sfoggia uno stile glam sopra le righe, tra abiti stravaganti e la spavalderia di chi ce l’ha fatta. Chino sul pianoforte, John martella i tasti al ritmo di Crocodile Rock, fondendo il boogie di Jerry Lee Lewis e l’energia di Little Richard in un gesto che riporta lo strumento al suo spirito rock’n’roll.

Marc Bolan

Fonte Wikipedia

Elton John

Fonte Wikipedia

David Bowie

Fonte Wikipedia

Tra il dittico Bolan - John, si insinua una terza, enigmatica, figura. Ha riscosso un discreto successo con il brano Space Oddity ma è ancora alla ricerca di uno stile definito. Lo trova con il disco The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders From Mars (1972), concept album in cui adotta l’espediente dell'alter ego per raccontare un universo emotivo frastagliato: è il trionfo che consacra David Bowie. Trasformista, eccessivo, ridisegna i confini del glam avvicinandoli all’arte concettuale. Le esibizioni diventano performance teatrali in cui abito e trucco sono strumenti per denudarsi e mostrare al pubblico il proprio io interiore. La sua autoaffermazione al neon dona coscienza ad un universo glam, catapultato tra le braccia di uno Starman disceso sulla Terra per guidare un esercito di reietti, dame e incompresi. Con Bowie, il rock parla agli emarginati del senso compiuto, agli apolidi dello spirito in perenne transizione, incapaci di identificarsi in un codice binario - maschio o femmina; bianco o nero; giusto o sbagliato. Tutti possono essere “heroes, just for one day”. Da grande autore di canzoni qual è, Bowie si fa messia e prende in mano un rock tornato glabro e sporco seminando il cammino di pietre preziose: Changes, Andy Warhol, Life on Mars? sono frutto di una mente che travalica il pensiero comune facendo ciò che gli riesce meglio: rock’n’roll. Inoltre, in veste di autore e produttore, Bowie firma All The Young Dudes, “l’inno della comunità glam” che consacra la carriera dei Mott The Hoople. 

Attorno a questo trittico scintillante, il glam dilaga: gli Slade infiammano le masse con cori da stadio e ritornelli martellanti, mentre i Roxy Music di Bryan Ferry ne sublimano l’estetica in una chiave art-pop elegante e visionaria. Due anime diverse della stessa rivoluzione al glitter, dove il travestimento diventa linguaggio e il palco, specchio dell’identità.

DISCOGRAFIA DI RIFERIMENTO


11/07/1969

DAVID BOWIE

SINGLE (Philips)

A) Space Oddity

B) Wild Eyed Boy from Freecloud

Major Tom osserva la Terra da una capsula, mentre il legame con chi lo ha mandato nello spazio si interrompe. Nei giorni dell’impresa lunare, Bowie racconta lo smarrimento di un uomo sospeso nel vuoto: il conto alla rovescia, gli ordini della base e l’eccitazione del decollo cedono alla quiete inquietante della deriva. La chitarra acustica accompagna il racconto; gli squarci orchestrali ne dilatano le distanze. Nella voce dell’astronauta convivono paura e abbandono, quasi l’isolamento custodisse anche una possibilità di libertà. Sul lato B, il ragazzo respinto dalla comunità di Wild Eyed Boy from Freecloud affianca a questa solitudine una diversa figura di estraneo. Fra fantascienza e fiaba, Bowie comincia a popolare le sue canzoni di personaggi la cui lontananza permette di interrogare la vita sulla Terra.


10/04/1970

ELTON JOHN

ALBUM (DJM Records)

Elton John

L’esitazione amorosa di Your Song trova nelle melodie di Elton John una naturalezza che conserva le goffaggini e la tenerezza delle parole di Bernie Taupin. Attorno al pianoforte, gli arrangiamenti di Paul Buckmaster aprono uno spazio orchestrale capace di accogliere tanto quella confidenza quanto la tensione drammatica di Sixty Years On. È un’ambizione che attraversa l’intero album: il gospel di Border Song, gli slanci ritmici, gli archi e le ombre dei racconti convivono grazie a una scrittura già riconoscibile e a un canto che sa dosare impeto e vulnerabilità. Prima che costumi e spettacolo occupino la scena, questo disco rivela la risorsa più duratura di Elton: melodie abbastanza immediate da appartenere a tutti, abbastanza duttili da sostenere anche le costruzioni più sontuose.


11/1970

DAVID BOWIE

ALBUM (Mercury Records)

The Man Who Sold the World

La chitarra di Mick Ronson imprime a The Width of a Circle una forza aspra, trascinando il racconto fra apparizioni, desiderio e dannazione. Il peso dell’hard rock sostiene un disco popolato da menti assediate, poteri minacciosi e identità incerte; il basso di Tony Visconti scava sotto i riff, mentre Bowie alterna slanci teatrali e un’inquietante freddezza. Nel brano che dà il titolo all’album, l’incontro con un doppio incrina perfino la possibilità di riconoscersi. A questa instabilità corrisponderà, sulla copertina britannica, l’immagine del cantante disteso in abito lungo: una posa che mette in discussione i codici maschili del rock. La durezza del suono e l’ambiguità della figura aprono insieme uno spazio decisivo per Bowie, dove anche il corpo dell’interprete partecipa alle domande poste dalle canzoni.


19/02/1971

T. REX

SINGLE (Fly Records)

A) Hot Love

B) Woodland Rock / The King of the Mountain Cometh

Il lungo coro senza parole di Hot Love invita a cantare prima ancora di conoscere il pezzo. Marc Bolan prolunga il piacere di una melodia elementare sopra un ritmo ondeggiante, affidando alla voce carezzevole e maliziosa il compito di accendere il desiderio. Il rock’n’roll ritrova qui la sua immediatezza fisica, attraversata dalle immagini fantastiche che appartengono al mondo del cantante. Quando Bolan porta il brano a Top of the Pops, con i lustrini sul viso, quella seduzione acquista un’immagine pubblica: riccioli, abiti lucenti e gesti offrono agli adolescenti una figura nella quale riconoscere le proprie fantasie. Il glam prende slancio da questa complicità fra una canzone facile da condividere e una stella che sembra autorizzare chi la guarda a osare.


24/09/1971

T. REX

ALBUM (Fly Records)

Electric Warrior

Pochi accordi, ripetuti finché il corpo ne riconosce il richiamo: Electric Warrior affida al ritmo buona parte della propria forza. Marc Bolan riprende il vocabolario del rock’n’roll e lo pronuncia con una voce morbida, insinuante, lasciando che immagini cosmiche e allusioni erotiche si confondano. Get It On e Jeepster avanzano su riff essenziali, dentro un suono nel quale Tony Visconti dosa profondità, riverberi e cori senza appesantire il movimento. Ma il disco custodisce anche la malinconia di Cosmic Dancer: gli archi accompagnano una danza immaginata prima della nascita e oltre la morte, con una dolcezza che incrina la sicurezza del seduttore. Il passato musicale offre a Bolan forme familiari da abitare con desideri nuovi; persino il gesto più antico del rock, invitare qualcuno a ballare, può suggerire una diversa libertà di mostrarsi.


08/10/1971

SLADE

SINGLE (Polydor Records)

A) Coz I Luv You

B) My Life Is Natural

Anche l’ortografia segue la pronuncia in Coz I Luv You: la dichiarazione d’amore arriva sulla carta con la stessa disinvoltura con cui Noddy Holder la canta. La sua voce ruvida conserva un’insolita tenerezza, mentre il violino di Jim Lea attraversa il passo cadenzato del brano con un motivo agile e pungente. Battiti di mani e accenti marcati alimentano una familiarità da sala da ballo, dove bastano poche battute perché il pubblico trovi il proprio posto. Gli Slade portano nel glam questa concretezza popolare: il gusto dell’eccesso cresce dentro una musica costruita per stare insieme. La promessa del titolo, accettare l’altro senza chiedergli di cambiare, passa così attraverso un canto che chiunque può fare proprio.


05/11/1971

ELTON JOHN

ALBUM (DJM Records)

Madman Across the Water

L’America intravista durante i primi viaggi alimenta l’immaginazione di Bernie Taupin; Elton John le dà respiro in canzoni che si concedono il tempo di seguire personaggi, paesaggi e inquietudini. In Tiny Dancer, il ritornello arriva dopo una lunga preparazione, raccogliendo le immagini sparse delle strofe in un abbraccio melodico. Altrove il racconto si oscura: la voce del protagonista di Madman Across the Water affiora fra la figura insistente della chitarra e le tensioni dell’orchestra, senza offrire un punto d’osservazione rassicurante. Gli arrangiamenti di Paul Buckmaster partecipano a questa drammaturgia, assecondando il canto oppure addensandogli intorno presagi. La teatralità di Elton prende forma anche qui, nella capacità di abitare storie altrui e sostenerne gli sbalzi emotivi: il pianoforte accompagna un interprete che sa già occupare una scena attraverso la sola voce.


17/12/1971

DAVID BOWIE

ALBUM (RCA Victor)

Hunky Dory

Una ragazza cerca nel cinema una via d’uscita dalla propria vita, ma sullo schermo trova uno spettacolo altrettanto assurdo. Life on Mars? porta questa delusione fino alla vertigine, sospinta dal pianoforte di Rick Wakeman e dall’ampiezza del canto. In Hunky Dory, melodie luminose accolgono domande destabilizzanti: Changes affronta l’instabilità dell’identità, Oh! You Pretty Things annuncia una generazione capace di rendere estraneo il mondo dei genitori. Bowie attraversa pop, cabaret e folk con una disinvoltura che tiene insieme affetti domestici, inquietudini filosofiche e omaggi ai propri riferimenti artistici. Dylan, Warhol e i Velvet Underground compongono una genealogia scelta, nella quale cercare possibilità ancora aperte. Prima di affidarsi alla figura di Ziggy Stardust, Bowie mette a fuoco il problema che ne renderà necessaria l’invenzione: come immaginarsi quando i ruoli disponibili sembrano insufficienti.


19/05/1972

ELTON JOHN

ALBUM (DJM Records)

Honky Château

Al castello di Hérouville, Elton John affida alla propria band il centro della scena sonora. Davey Johnstone, Dee Murray e Nigel Olsson danno alle canzoni un’elasticità che lascia correre il pianoforte e rende naturale il passaggio dal passo funky di Honky Cat alla malinconia di Rocket Man. L’astronauta immaginato da Bernie Taupin vive il viaggio spaziale come un lavoro che lo allontana da casa; il ritornello spalanca una distanza che i cori sembrano insieme misurare e consolare. Questa familiarità fra musicisti sostiene anche l’ironia e l’esuberanza dell’album, fino alla spinta gospel di Mona Lisas and Mad Hatters, dove lo stupore davanti a New York incontra la durezza della strada. Nel pieno dell’ascesa pubblica di Elton, Honky Château conserva il calore di persone che suonano nella stessa stanza: una vicinanza destinata a reggere anche l’espansione dello spettacolo.


03/03/1972

GARY GLITTER

SINGLE (Bell Records)

A) Rock and Roll Part 1

B) Rock and Roll Part 2

Basta girare il disco perché quasi tutte le parole scompaiano. Rock and Roll Part 1 rievoca il piacere del vecchio rock’n’roll; la seconda parte ne trattiene il ritmo e un grido, «Hey!», collocato dove chi ascolta può rispondere. Gary Glitter e Mike Leander costruiscono un suono denso, percorso da chitarre ruvide e da una pulsazione pesante, che procede per accumulo e insistenza. La ripetizione conta più dello sviluppo melodico: ogni ritorno rende più immediata la partecipazione. In questa riduzione agli elementi essenziali prende forma una delle possibilità del glam, capace di ricavare dalla memoria del rock una musica per grandi platee. Il pubblico trova già nel disco lo spazio per la propria voce.


16/06/1972

DAVID BOWIE

ALBUM (RCA Victor)

The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars

Restano cinque anni alla fine del mondo. La batteria di Five Years scandisce l’annuncio mentre Bowie raccoglie volti, oggetti e gesti quotidiani, sopraffatto da quanto sta per scomparire. Su questo orizzonte nasce Ziggy, messia del rock nel quale desiderio di salvezza, ambiguità sessuale e culto della celebrità si alimentano fino alla rovina. Le canzoni ne suggeriscono la vicenda attraverso scene e allusioni, sostenute dalla chitarra di Mick Ronson: tagliente nei riff, capace di dare al personaggio una presenza fisica anche senza vederlo. Starman affida alla radio una promessa rivolta ai ragazzi; Rock ’n’ Roll Suicide chiude il disco tendendo una mano a chi si sente escluso. Fra questi due richiami, Bowie mette in scena il potere e il pericolo dell’identificazione con una star. Ziggy offre un’immagine nella quale riconoscersi proprio a chi non trova posto nelle immagini accettate: la sua finzione rende condivisibile un’esperienza reale di estraneità.


16/06/1972

ROXY MUSIC

ALBUM (Island Records)

Roxy Music

Un brusio da ricevimento precede l’irruzione di Re-Make/Re-Model: pianoforte, chitarra e sassofono si accalcano, mentre Bryan Ferry canta con un’enfasi che rende instabile ogni posa elegante. Il debutto dei Roxy Music espone le proprie giunture. Il rock’n’roll, il romanticismo cinematografico e le manipolazioni elettroniche di Brian Eno conservano ciascuno la propria fisionomia, urtandosi dentro canzoni dai percorsi imprevedibili. In Ladytron, l’oboe di Andy Mackay e i suoni sintetici incorniciano un corteggiamento nel quale convivono incanto e freddezza; If There Is Something attraversa accenti country e impennate drammatiche fino a un richiamo struggente alla giovinezza. Anche la copertina, costruita attorno a una bellezza da rivista, partecipa a questo gioco di memorie e artifici. I Roxy trattano il passato come materiale da scegliere, accostare e deformare: il fascino delle immagini sopravvive, ma il montaggio rende visibile quanto ogni eleganza sia costruita.


21/07/1972

T. REX

ALBUM (T. Rex Records)

The Slider

Marc Bolan canta automobili, creature fantastiche e desideri con la confidenza di chi considera ogni immagine parte della propria leggenda. In The Slider, al culmine della popolarità dei T. Rex, anche le parole sembrano scelte per il piacere di pronunciarle: nomi e sillabe aderiscono ai riff, suggeriscono figure, invitano a ripeterle. L’esultanza di Metal Guru e l’andatura di Telegram Sam trovano nella produzione di Tony Visconti una cornice sontuosa, fra chitarre sovrapposte, archi e cori acuti. Eppure, nel brano che dà il titolo all’album, il canto rallentato lascia affiorare una tristezza difficile da afferrare; Ballrooms of Mars spinge lo splendore verso un paesaggio notturno, popolato da presenze minacciose. Bolan abita ormai il sogno che ha costruito, ma le sue canzoni ne lasciano intravedere anche le ombre.


04/08/1972

ROXY MUSIC

SINGLE (Island Records)

A) Virginia Plain

B) The Numberer

Il titolo arriva soltanto nell’ultima battuta, poi la musica si interrompe di colpo. Virginia Plain concentra in tre minuti una corsa fra ambizioni, nomi propri e luoghi da cartolina, senza fermarsi in un ritornello convenzionale. Bryan Ferry sembra sfogliare un album di desideri mentre pianoforte, chitarra ed elettronica si contendono lo spazio; gli interventi di Brian Eno aprono fenditure nel ritmo incalzante. L’immaginario del lusso e dell’evasione acquista così un’eccitazione nervosa, quasi ogni promessa rimandi subito a qualcosa di più lontano. Pubblicata dopo l’album d’esordio, dal quale inizialmente è assente, la canzone offre una sintesi fulminea dell’invenzione dei Roxy Music: una musica pop capace di sedurre anche attraverso gli scarti, le interruzioni e l’imprevedibilità della propria forma.


08/09/1972

MOTT THE HOOPLE

ALBUM (CBS Records)

All the Young Dudes

I Mott the Hoople sono vicini allo scioglimento quando David Bowie offre loro All the Young Dudes e produce l’album della ripartenza. Ian Hunter canta quel richiamo ai ragazzi con una voce segnata, nella quale la sfida conserva qualcosa di vulnerabile; il ritornello raccoglie le esistenze irregolari delle strofe in un’appartenenza possibile. Intorno a questo centro, il gruppo mantiene la propria ruvidezza: la chitarra di Mick Ralphs e il peso della sezione ritmica legano l’euforia del glam a un rock cresciuto sui palchi. La ripresa di Sweet Jane introduce una familiarità urbana, mentre Sea Diver chiude il disco fra pianoforte e archi, lasciando affiorare lo smarrimento. Il successo arriva dunque a una band che conosce già la fatica e il fallimento: anche per questo, il suo inno generazionale suona come una solidarietà conquistata.


08/09/1972

T. REX

SINGLE (T. Rex Records)

A) Children of the Revolution

B) Jitterbug Love / Sunken Rags

La parola «rivoluzione» risuona fra una Rolls-Royce e i gesti del ballo. Marc Bolan accosta provocazione e lusso con una sfacciataggine che lascia aperto il significato della sfida: questi ragazzi rivendicano soprattutto il diritto di sottrarsi alle aspettative altrui. Il riff di Children of the Revolution procede massiccio, scandito da colpi netti; la voce gli scivola sopra con indolenza, prima che il ritornello raccolga tutta la tensione. Rispetto alla leggerezza ondeggiante dei primi successi, il suono impone un peso maggiore, quasi una marcia sulla quale continuare a danzare. La ribellione passa attraverso il piacere, l’abbigliamento, il modo di occupare la scena. Bolan ne conserva l’ambiguità: l’automobile costosa appartiene allo stesso immaginario che promette di non lasciarsi comprare.


27/10/1972

ELTON JOHN

SINGLE (DJM Records)

A) Crocodile Rock

B) Elderberry Wine

Il ballo ricordato in Crocodile Rock non è mai esistito, eppure sembra appartenere alla giovinezza di tutti. Elton John e Bernie Taupin inventano un piccolo mito del primo rock’n’roll, popolato da dischi, automobili e un amore perduto. Il Farfisa squillante e il coro in falsetto restituiscono l’eccitazione di quelle serate con un’esuberanza quasi caricaturale; nelle strofe, intanto, il tempo passa, Susie se ne va e il protagonista resta aggrappato ai ricordi. È questa malinconia nascosta dentro una musica festosa a dare spessore al gioco rétro. Nel clima del glam, Elton rimette in circolo i suoni della propria formazione e li offre a ragazzi che possono ballarli per la prima volta: la nostalgia di una generazione accompagna la festa della successiva.


01/11/1972

SLADE

ALBUM (Polydor Records)

Slayed?

Noddy Holder sembra voler raggiungere anche l’ultima fila, e Slayed? gli mette alle spalle una band capace di sostenerne l’urto. Chitarre abrasive, basso mobile e batteria serrata conservano in studio la pressione del concerto; dentro quel fragore, le melodie restano nitide, pronte a essere cantate. Mama Weer All Crazee Now invita a perdere il controllo con un ritornello che allarga progressivamente la festa, mentre Gudbuy T’Jane scatta fra accenti e risposte vocali con una precisione che smentisce l’apparente sguaiatezza. La rilettura di Move Over di Janis Joplin espone le radici blues di questa energia. Gli Slade conoscono il mestiere necessario a provocare il disordine: preparano gli ingressi, stringono i tempi, lasciano al pubblico frasi da gridare. Il loro eccesso ha una struttura musicale salda, sulla quale può reggersi un’intera sala.


23/02/1973

SLADE

SINGLE (Polydor Records)

A) Cum On Feel the Noize

B) I'm Mee, I'm Now, an' That's Orl

Voce sgraziata, faccia buffa, capelli fuori posto: Noddy Holder raccoglie i possibili giudizi su di sé e li liquida con una scrollata di spalle. Cum On Feel the Noize trova in questa indifferenza alle buone maniere la premessa del suo invito a lasciarsi andare. Le strofe procedono con un’aria quasi canzonatoria, poi il ritornello spalanca il canto sopra chitarre compatte e una batteria che ne sottolinea ogni accento. Il rumore evocato dal titolo comprende idealmente anche chi ascolta: per partecipare basta aggiungere la propria voce, per quanto imperfetta. I'm Mee, I'm Now, an' That's Orl ribadisce già nel titolo la stessa ostinazione. L’esuberanza degli Slade concede il piacere di esporsi senza correggersi, facendo della sfrontatezza un sentimento condiviso.


02/03/1973

T. REX

SINGLE (T. Rex Records)

A) 20th Century Boy

B) Free Angel

L’attacco di 20th Century Boy occupa subito tutto lo spazio: una chitarra satura, un riff spezzato e perentorio, poi la voce di Marc Bolan che ne raccoglie la provocazione. Il suono ha una durezza metallica, ma il canto conserva inflessioni maliziose, piccoli scarti e allungamenti delle sillabe che rendono elastico il peso dell’accompagnamento. Bolan si presenta attraverso paragoni e promesse, ostentando la sicurezza di un amante che vuole corrispondere a ogni desiderio. Quel «ragazzo del ventesimo secolo» prende consistenza nel modo di cantare e di suonare: elettrico, impaziente, consapevole del proprio fascino.


23/03/1973

ROXY MUSIC

ALBUM (Island Records)

For Your Pleasure

Nella casa perfetta di In Every Dream Home a Heartache, il benessere materiale culmina nell’amore per una bambola gonfiabile. Bryan Ferry ne celebra la presenza con una voce cerimoniosa, sopra un accompagnamento trattenuto, finché la chitarra di Phil Manzanera squarcia quella quiete soffocante. Il piacere promesso dal titolo dell’album contiene simili insidie. I Roxy Music ne esplorano l’euforia in Do the Strand, invito febbrile a un ballo immaginario, e l’ossessione nei nove minuti di The Bogus Man, dove la ripetizione ritmica alimenta un senso d’inseguimento. Sintetizzatori e manipolazioni dei nastri di Brian Eno compromettono continuamente la stabilità del suono: persino i passaggi più eleganti possono aprirsi su qualcosa di estraneo. Al secondo album, il lusso dell’immaginario dei Roxy rivela il proprio costo emotivo. Si possono possedere gli oggetti del desiderio e restare soli nella stanza che li contiene.


04/1973

DAVID BOWIE

ALBUM (RCA Victor)

Aladdin Sane

L’America attraversata in tournée lascia nelle canzoni di Bowie alberghi, corpi desiderati, celebrità consunte e scoppi di violenza. Aladdin Sane restituisce quella eccitazione: la chitarra di Mick Ronson spinge il suono verso un rock duro e carnale, mentre il pianoforte di Mike Garson introduce una voce imprevedibile. Nel brano omonimo, il suo assolo scompone l’eleganza dell’accompagnamento in corse dissonanti, come se la musica non riuscisse più a contenere ciò che racconta. Cracked Actor espone la degradazione dietro il prestigio di Hollywood; Time porta sul palco un cabaret nel quale desiderio e morte condividono il trucco. Bowie canta ormai dall’interno dello spettacolo, conoscendone la capacità di sedurre e consumare. Il fulmine che gli attraversa il volto in copertina dà un’immagine a questa tensione: lo splendore della star porta impressa una frattura.


06/04/1973

WIZZARD

SINGLE (Harvest Records)

A) See My Baby Jive

B) Bend Over Beethoven

Roy Wood sembra voler stipare un’intera festa dentro un quarantacinque giri. In See My Baby Jive, fiati, pianoforte, cori e percussioni si sovrappongono in una massa sonora esuberante, percorsa da una melodia che resta riconoscibile anche nei passaggi più affollati. La lezione delle produzioni di Phil Spector incontra il rock’n’roll delle sale da ballo: Wood ne accentua lo splendore, moltiplica le voci e prolunga l’euforia fino a far sembrare ogni ripartenza l’inizio di un altro finale. Al centro rimane lo stupore di guardare la ragazza amata mentre balla. Gli Wizzard ingrandiscono quell’emozione adolescenziale con una ricchezza quasi sproporzionata, perfettamente coerente con il loro gusto per il travestimento. Il passato rivive come poteva apparire a chi lo ascoltava da ragazzo: fragoroso, coloratissimo, capace di riempire tutto.


20/07/1973

MOTT THE HOOPLE

ALBUM (CBS Records)

Mott

Una chitarra spedita nel posto sbagliato basta a incrinare l’epica della tournée. All the Way from Memphis racconta l’incidente sopra un pianoforte trascinante, mescolando l’eccitazione del viaggio alla fatica di chi deve comunque salire sul palco. In Mott, Ian Hunter guarda il mestiere del rock dall’interno: ne conosce gli entusiasmi, le umiliazioni e la tenacia necessaria a ricominciare. La Ballad of Mott the Hoople ripercorre la crisi del gruppo con un affetto che comprende anche il disincanto; la voce ruvida trattiene il peso delle esperienze mentre le chitarre continuano a spingere. Alla fine, I Wish I Was Your Mother raccoglie il desiderio impossibile di un’intimità precedente a ogni ferita, fra mandolino e armonica. Dietro gli abiti della celebrità restano persone che cercano nella musica una ragione per continuare, pur conoscendone il prezzo.


05/10/1973

ELTON JOHN

ALBUM (DJM Records)

Goodbye Yellow Brick Road

Per entrare in Goodbye Yellow Brick Road bisogna attraversare gli undici minuti di Funeral for a Friend/Love Lies Bleeding: dalle tastiere solenni dell’apertura alla corsa della band, Elton John annuncia una musica capace di prendersi tutto lo spazio necessario. Il doppio album dispiega questa abbondanza fra ballate, rock’n’roll, fantasie cinematografiche e ritratti della celebrità. In Bennie and the Jets, gli applausi aggiunti alla registrazione mettono in scena l’adorazione per un gruppo immaginario; Candle in the Wind cerca invece la persona dietro l’immagine pubblica di Marilyn Monroe. Bernie Taupin attraversa il mondo dello spettacolo con fascinazione e diffidenza, mentre Elton dà a ogni storia una melodia e una voce riconoscibili. Il brano che intitola l’opera custodisce la contraddizione più feconda: proprio al culmine dello splendore, il protagonista vuole abbandonare la strada dorata. La grandiosità del disco rende percepibile quanto possa costare rinunciarvi.


11/1973

COCKNEY REBEL

ALBUM (EMI Records)

The Human Menagerie

Steve Harley piega le parole, ne prolunga le vocali, passa dalla confidenza alla declamazione con un’ironia difficile da separare dall’inquietudine. La sua voce guida il debutto dei Cockney Rebel attraverso un teatro di figure eccentriche, sostenuto dal violino elettrico di Jean-Paul Crocker e dalle tastiere di Milton Reame-James. Questa combinazione dà alle canzoni una mobilità insolita, fra cadenze da cabaret, richiami folk e improvvise espansioni orchestrali. Sebastian cresce attorno a un nome ripetuto come un’invocazione, finché coro e orchestra conferiscono una solennità vertiginosa a immagini che restano enigmatiche. Nella conclusiva Death Trip, l’ambizione drammatica si spinge ancora oltre, fra attrazione e terrore.


04/01/1974

MUD

SINGLE (RAK Records)

A) Tiger Feet

B) Mr. Bagatelle

I piedi del titolo sembrano conoscere già il passo: Tiger Feet li mette in movimento con un giro di chitarra elastico e una scansione ritmica che non concede esitazioni. Nicky Chinn e Mike Chapman costruiscono per i Mud una canzone nella quale ogni dettaglio favorisce la presa immediata, dalle risposte dei cori agli incastri fra strofa e ritornello. Les Gray la canta con una spavalderia sorridente, conservando qualcosa dei vecchi interpreti rock’n’roll anche dentro il suono compatto della produzione. Il gusto comico del gruppo rende il travestimento glam accessibile, pronto per la televisione e per le feste. L’efficacia sta nella facilità con cui il pezzo passa dall’ascolto al gesto: si riconosce il motivo, si accenna il movimento, ci si ritrova a ballare.


08/02/1974

BRIAN ENO

ALBUM (Island Records)

Here Come the Warm Jets

Le melodie di Here Come the Warm Jets si lasciano canticchiare anche quando i suoni sembrano guasti. Al primo album solista dopo l’uscita dai Roxy Music, Brian Eno combina il piacere della canzone con voci alterate, strumenti trattati e accostamenti timbrici che ne disturbano la familiarità. Baby’s on Fire insiste su una figura scarna e ossessiva, mentre la chitarra di Robert Fripp apre una lunga escursione abrasiva; Eno osserva la scena con un canto beffardo, quasi estraneo alla violenza che lo circonda. Nella conclusiva title track, invece, le chitarre formano una massa pulsante dalla quale la voce emerge a fatica, come un coro sentito attraverso una parete. L’artificio coltivato nel glam entra così nella materia stessa della registrazione: lo studio permette di inventare strumenti irriconoscibili e di trovare, dentro il rumore, una tenerezza inattesa.


01/05/1974

SPARKS

ALBUM (Island Records)

Kimono My House

Russell Mael affronta le melodie del fratello Ron come un attore al quale siano state assegnate troppe battute e pochissimo tempo: sale verso gli acuti, precipita, riparte, mantenendo una dizione sorprendentemente precisa. Kimono My House trae da questa pressione un’euforia nervosa, sostenuta da chitarre incisive e tastiere che guidano bruschi cambi di direzione. In This Town Ain’t Big Enough for Both of Us, anche il corteggiamento assume le proporzioni di un duello; Amateur Hour tratta l’inesperienza sentimentale con una miscela di impazienza e sarcasmo. I fratelli Mael esasperano le convenzioni della canzone d’amore fino a mostrarne il lato comico, senza sacrificarne il fascino melodico. Emerge così un protagonista poco padrone della situazione: vorrebbe sedurre con disinvoltura, ma la musica rende udibile ogni suo affanno.


24/05/1974

DAVID BOWIE

ALBUM (RCA Victor)

Diamond Dogs

Hunger City è una città in rovina, abitata da bande e creature deformi: Bowie vi introduce l’ascoltatore con il proclama sinistro di Future Legend. In Diamond Dogs, la teatralità del glam assume i contorni di un incubo urbano, attraversato dalle ossessioni del controllo e della sottomissione di 1984 di Orwell. Bowie suona gran parte delle chitarre, dando al disco una ruvidità nervosa; nella sequenza Sweet Thing/Candidate/Sweet Thing, il canto passa dal registro grave a impennate quasi disperate, fra desiderio, commercio dei corpi e promesse ambigue. Rebel Rebel conserva l’esultanza dell’identità sfuggente sopra un riff ostinato, mentre gli archi e il ritmo funk di 1984 indicano una direzione musicale già diversa. L’invocazione di Big Brother porta però il racconto verso una resa: in questo paesaggio, il bisogno di appartenere può spingere a consegnarsi proprio al potere carnefice che minaccia di cancellare ogni differenza.


06/1974

BE-BOP DELUXE

ALBUM (Harvest Records)

Axe Victim

Una chitarra a forma di teschio domina la copertina di Axe Victim, emblema adatto a un disco nel quale lo strumento seduce, aggredisce e sembra reclamare una vita propria. Bill Nelson accompagna il debutto dei Be-Bop Deluxe con un fraseggio fluido, ricco di deviazioni melodiche: gli assoli prolungano il racconto, spesso oltre quanto la struttura della canzone lasci prevedere. Jet Silver and the Dolls of Venus abita il mondo delle star immaginarie e delle fantasie spaziali del glam; Adventures in a Yorkshire Landscape cerca invece una dimensione raccolta, lasciando alla chitarra il compito di dilatare il paesaggio evocato dal canto. Fra pose teatrali e slanci romantici, emerge una curiosità musicale che preme sui confini del genere.


05/07/1974

SWEET

SINGLE (RCA Victor)

A) The Six Teens

B) Burn on the Flame

Sei adolescenti e le promesse del 1968 riaffiorano in The Six Teens come ricordi sui quali misurare ciò che è accaduto dopo. Nicky Chinn e Mike Chapman affidano agli Sweet un racconto più articolato dei loro abituali slogan: le strofe acustiche seguono speranze e disillusioni, poi chitarre elettriche e armonie vocali ampliano il ritornello, conservando l’urgenza di quelle aspettative. Brian Connolly passa dalla misura narrativa allo slancio del canto senza perdere la malinconia che lega le diverse scene. Burn on the Flame, composta dal gruppo, spinge invece sul versante più duro, con riff serrati e voci sovrapposte. Le due facciate mostrano quanto spazio gli Sweet sappiano ricavare dentro il formato del singolo: potenza strumentale, precisione melodica e, nel brano principale, la distanza fra il sogno di una generazione e le vite che devono sostenerlo.


08/11/1974

QUEEN

ALBUM (EMI Records)

Sheer Heart Attack

Tre minuti bastano a Killer Queen per presentare una donna, suggerirne il mondo e congedarla con un sorriso malizioso. Pianoforte, armonie vocali e chitarre intarsiate accompagnano Freddie Mercury in una recitazione dove ogni accento contribuisce al ritratto. Questa precisione governa anche l’abbondanza di Sheer Heart Attack: i Queen accostano la velocità feroce di Stone Cold Crazy alle miniature per voce e piano, il gusto rétro di Bring Back That Leroy Brown alle espansioni chitarristiche di Brighton Rock. Brian May moltiplica le linee dello strumento, costruendo risposte e sovrapposizioni che danno pomposità alla scena. Il disco cambia continuamente misura, ma conserva una regia riconoscibile: tagli, raccordi e contrasti tengono insieme la varietà. 


31/01/1975

STEVE HARLEY & COCKNEY REBEL

SINGLE (EMI Records)

A) Make Me Smile (Come Up and See Me)

B) Another Journey

Il sorriso del titolo nasconde una resa dei conti. Steve Harley scrive Make Me Smile dopo la rottura della prima formazione dei Cockney Rebel, rivolgendo agli ex compagni parole amare che la musica veste di sorprendente leggerezza. La chitarra acustica imprime un movimento elastico, i cori illuminano il ritornello e la voce indugia sulle sillabe con un compiacimento pungente. Le pause interrompono per un istante quella sicurezza, lasciando sospeso l’invito prima che il gruppo riparta; l’assolo di Jim Cregan aggiunge una parentesi melodica limpida, quasi sorridente a sua volta. Il risentimento trova così una forma tanto accogliente da poter essere cantata come una promessa d’incontro.


23/05/1975

ELTON JOHN

ALBUM (DJM Records)

Captain Fantastic and the Brown Dirt Cowboy

Prima dei costumi e delle platee sterminate ci sono due ragazzi che cercano di vivere scrivendo canzoni. Elton John e Bernie Taupin ripercorrono gli anni dell’apprendistato londinese attraverso due alter ego, portando dentro la propria mitologia la precarietà, le delusioni e la fiducia reciproca. Il brano iniziale parte dalla familiarità delle chitarre acustiche e acquista gradualmente il vigore della band; Someone Saved My Life Tonight trattiene invece una crisi personale fra accordi di pianoforte, sospensioni e un canto nel quale il sollievo conserva la memoria della paura. La sequenza conclusiva di We All Fall in Love Sometimes e Curtains allarga il racconto in un congedo corale, lasciando risuonare l’intimità da cui tutto ha avuto origine. Al culmine della stagione più spettacolare, Elton si volta verso il ragazzo che ancora ignorava il proprio futuro: dietro Captain Fantastic ritrova un’amicizia e il lavoro quotidiano delle canzoni.


24/10/1975

ROXY MUSIC

ALBUM (Island Records)

Siren

L’appuntamento cercato in Love Is the Drug segue una procedura quasi ordinaria: uscire, entrare in un locale, individuare qualcuno, tentare l’approccio. Il basso scandisce questa ricerca con ostinazione, mentre Bryan Ferry descrive il desiderio come un bisogno che reclama un’altra dose. Siren porta l’eleganza dei Roxy Music dentro una fisicità più marcata, fra ritmi da ballo, richiami soul e chitarre ancora taglienti. In Both Ends Burning, la pulsazione insistente sostiene un canto sempre più affannato; la seduzione perde il controllo dei propri gesti. Anche nei passaggi più levigati resta una tensione fra la disinvoltura esibita e la dipendenza affettiva. La conclusiva Just Another High ne espone la ferita: l’uomo che sembrava conoscere ogni regola del corteggiamento deve chiedersi quanto sia durato, per l’altra persona, ciò che lui aveva scambiato per amore.

BIBLIOGRAFIA DI RIFERIMENTO


1977

ANGELA CARTER

The Passion of New Eve (La passione della nuova Eva) - Victor Gollancz Ltd

L’America attraversata da Evelyn è un paesaggio in disfacimento, dove i miti del cinema convivono con guerre, fanatismi e violenza sui corpi. Il giovane inglese subisce un intervento chirurgico che gli impone un’anatomia femminile e il nome di Eve; da quella coercizione comincia un’esperienza che incrina le sue certezze sul desiderio e sull’identità. Angela Carter intreccia fantascienza, grottesco e melodramma, affidando alla diva Tristessa il fascino ambiguo di una femminilità costruita per lo sguardo degli spettatori. Ogni ideale rivela qualcuno che lo fabbrica e qualcun altro chiamato a incarnarlo. Accanto alle figure del glam, il romanzo permette di esplorare il rapporto fra immagine, corpo e riconoscimento, portandolo fino alle sue conseguenze più dolorose: inventare se stessi richiede anche di sottrarsi alle fantasie che gli altri pretendono di imporci.


1990

HANIF KUREISHI

The Buddha of Suburbia (Il Budda delle periferie) - Faber and Faber

Per Karim Amir, Londra comincia oltre la periferia in cui è cresciuto: promette incontri, sesso, teatro e soprattutto la possibilità di essere qualcun altro. Figlio di padre indiano e madre inglese, attraversa gli anni ‘70 con un desiderio impaziente di esperienza, mentre intorno a lui anche gli adulti cercano nuove parti da recitare. Suo padre conquista i salotti come guida spirituale; Karim scopre invece che il palcoscenico può chiedergli di incarnare proprio gli stereotipi dai quali vorrebbe liberarsi. Kureishi racconta queste contraddizioni con comicità irriverente, intrecciando razzismo, ambizioni di classe e libertà sessuale. Musica e abbigliamento accompagnano i tentativi di sottrarsi a un destino già assegnato. Nell’Inghilterra che passa dal glam al punk, cambiare aspetto può aprire una porta, ma il diritto di attraversarla resta distribuito in modo diseguale.


1997

MICHAEL BRACEWELL

England Is Mine: Pop Life in Albion from Wilde to Goldie - HarperCollins

Il ragazzo di periferia che sogna le luci della città appartiene a una lunga storia inglese di insofferenza e immaginazione. Michael Bracewell ne segue le tracce attraverso letteratura, cinema, arti figurative e musica pop, accostando figure che condividono il desiderio di sottrarsi all’ambiente in cui sono cresciute. Il dandy, l’eccentrico e la star emergono da un paese nel quale classe sociale, paesaggio e rispettabilità pesano sulle possibilità individuali. Abiti, accenti e gusti possono rendere visibile una distanza, suggerire un’appartenenza diversa. L’artificio glam offre a chi si sente fuori posto gli strumenti per comporre una propria immagine. Il palcoscenico prolunga così una ribellione maturata fra camere da letto, strade provinciali e fantasie di fuga.


2006

PHILIP AUSLANDER

Performing Glam Rock: Gender and Theatricality in Popular Music - University of Michigan Press

Un costume, un’inflessione della voce o il modo di impugnare una chitarra contribuiscono a definire chi può essere una rockstar. Philip Auslander osserva il glam attraverso questi gesti, interrogando il rapporto fra persona, personaggio e pubblico. Bowie, Bolan e Suzi Quatro mostrano possibilità diverse di abitare il palcoscenico e di mettere in discussione le aspettative legate al maschile e al femminile. Il recupero della spettacolarità del rock’n’roll degli anni ‘50 incrina anche l’ideale di autenticità coltivato dalla controcultura: esibire una costruzione scenica può dare voce a desideri ed esperienze reali. L’analisi restituisce così all’esibizione il suo peso musicale e culturale. Il trucco riguarda anche le convenzioni che il pubblico è abituato a considerare naturali, rendendole visibili proprio mentre le altera.


2007

MICHAEL BRACEWELL

Re-Make/Re-Model: Art, Pop, Fashion and the Making of Roxy Music, 1953–1972 - Faber & Faber

I Roxy Music arrivano alla fine del racconto: Bracewell dedica il libro agli incontri, alle scuole e alle passioni che precedono il loro esordio. Nella Newcastle di Bryan Ferry, l’insegnamento di Richard Hamilton avvicina la pittura alle merci e alle promesse della pubblicità; altrove, Brian Eno sperimenta possibilità sonore lontane dalle consuetudini di una rock band. Abiti, copertine, cinema e canzoni appartengono allo stesso campo di ricerca, al quale contribuisce lo stilista Antony Price. Attraverso le testimonianze dei protagonisti, affiora un’Inghilterra in cui le scuole d’arte offrono occasioni concrete per mescolare discipline e ambizioni. Il passato sopravvive nei modi del crooner, nell’eleganza hollywoodiana, nei ricordi del primo rock’n’roll; accanto, premono l’elettronica e la sperimentazione. Prima ancora di incidere un disco, i futuri Roxy hanno già raccolto un repertorio di suoni, pose e desideri da far convivere.


2009

ANDY BECKETT

When the Lights Went Out: Britain in the Seventies - Faber & Faber

Le interruzioni di corrente e la settimana lavorativa di tre giorni scandiscono il ricordo di un’Inghilterra in difficoltà. Beckett interroga quella memoria, risale alle scelte politiche, torna nei luoghi degli scontri industriali e ascolta chi vi prende parte. Fra dirigenti sindacali, uomini di governo e piattaforme petrolifere del Mare del Nord, gli anni ‘70 recuperano possibilità e contraddizioni che il successivo trionfo di Margareth Thatcher tende a oscurare. La crisi attraversa il decennio, ma il suo esito resta a lungo aperto: nella distanza fra le promesse del dopoguerra e la realtà ereditata sono in discussione il valore del lavoro, la distribuzione della ricchezza e il potere di decidere.


2016

SIMON REYNOLDS

Shock and Awe: Glam Rock and Its Legacy, from the Seventies to the Twenty-First Century (Polvere di stelle. Il glam rock dalle origini ai giorni nostri) - Faber & Faber

Il glam guarda al futuro mentre saccheggia il passato: recupera il primo rock’n’roll, corteggia il divismo hollywoodiano, immagina creature aliene. Reynolds segue queste spinte attraverso le canzoni e le ambizioni dei protagonisti, tenendo insieme la raffinatezza dei Roxy Music e l’immediatezza degli Slade, il fascino di Bolan e il teatro macabro di Alice Cooper. Bowie occupa il centro di una storia affollata, nella quale l’eccitazione della scoperta convive con il calcolo commerciale e la fame di celebrità. Esaurite le promesse collettive degli anni ‘60, il desiderio di essere eccezionali trova nel pop un terreno fertile, ma anche nuove dipendenze. Il racconto prosegue oltre il tramonto della stagione: Prince, Madonna e Lady Gaga raccolgono possibilità aperte allora. La libertà di inventarsi porta con sé un obbligo sempre più pressante: sorprendere ancora, prima che il pubblico distolga lo sguardo.


2024

JON SAVAGE

The Secret Public: How LGBTQ Resistance Shaped Popular Culture (1955–1979) - Faber & Faber

Nell’esuberanza di Little Richard passa qualcosa che l’America degli anni Cinquanta fatica persino a nominare. Savage segue quella presenza attraverso venticinque anni di cultura popolare, fra desideri clandestini, persecuzioni e occasioni di riconoscimento. Cantanti, produttori e impresari partecipano a una storia nella quale il successo pubblico può convivere con il silenzio imposto alla vita privata. Le canzoni e i gesti delle star raggiungono anche chi cerca un segnale per sentirsi meno solo. Lungo questo percorso, l’ambiguità di Bowie e l’ostentazione glam portano davanti a milioni di spettatori comportamenti e possibilità fino ad allora relegati ai margini. Il racconto arriva alla disco e alla voce di Sylvester, intrecciando spettacolo e lotte di liberazione senza confonderli. Tra ciò che il pubblico applaude sul palco e ciò che accetta nella strada resta una distanza: anche lì Savage misura la portata di queste conquiste.

FILMOGRAFIA DI RIFERIMENTO


1971

JOHN SCHLESINGER

Sunday Bloody Sunday (Domenica, maledetta domenica) - Vectia Films / United Artists

Daniel e Alex aspettano una telefonata dello stesso uomo. Lui è un medico, lei una consulente del lavoro divorziata; Bob, giovane scultore, divide fra loro il proprio tempo senza promettere esclusività. Entrambi conoscono l’altra relazione ed entrambi misurano quanto sono disposti ad accettare pur di trattenerlo. Schlesinger osserva questa attesa dentro una Londra borghese di ambulatori, case e visite familiari, dove le buone maniere custodiscono ferite difficili da confessare. Peter Finch e Glenda Jackson affidano a esitazioni e piccoli gesti il peso dei compromessi. L’intimità fra uomini trova sullo schermo una naturalezza ancora insolita, mentre la libertà sessuale incontra bisogni che nessuna apertura dei costumi può risolvere da sola. Bob si muove fra possibilità diverse; chi lo ama deve fare i conti con le ore vuote che lascia dietro di sé.


1972

RINGO STARR

Born to Boogie - Apple Films / Anglo-EMI Film Distributors

Le urla del pubblico accompagnano Marc Bolan sul palco di Wembley: la chitarra scandisce il boogie, il corpo ne suggerisce le movenze, ogni sorriso alimenta l’entusiasmo della platea. Ringo Starr filma i T. Rex al culmine della loro popolarità e affianca al concerto intermezzi surreali, fra travestimenti e un tè all’aperto che richiama Lewis Carroll. Il gioco prosegue negli studi Apple, dove Elton John al pianoforte e Starr alla batteria partecipano a Tutti Frutti e Children of the Revolution. L’accostamento rende udibile la parentela fra il rock’n’roll delle origini e l’elettricità del glam. Bolan attraversa queste scene con la disinvoltura di chi può essere insieme idolo e compagno di scherzi. Quando il film torna al concerto, la distanza fra lui e gli spettatori si misura nell’intensità delle loro reazioni: bastano pochi accordi e un gesto per riaccendere tutto.


1972

BOB FOSSE

Cabaret - ABC Pictures / Allied Artists

Al Kit Kat Klub il maestro di cerimonie promette di lasciare ogni preoccupazione fuori dalla porta. Nella Berlino del 1931, Sally Bowles canta e insegue il successo, mentre il rapporto con l’inglese Brian e l’arrivo di un ricco aristocratico complicano desideri e speranze. Bob Fosse intreccia la loro storia ai numeri del locale: il denaro, il sesso e il pregiudizio ritornano sul palco in forme grottesche, scandite dal sorriso inquietante di Joel Grey. Liza Minnelli dà a Sally un’energia febbrile, nella quale l’ambizione cerca continuamente riparo dalla fragilità. Intanto il nazismo guadagna spazio, anche fra chi pensa di potersene servire. Trucco, ambiguità sessuale e gesti esasperati incontrano la sensibilità della stagione glam, ma portano con sé una memoria minacciosa. Il locale continua a offrire divertimento; il montaggio rivela quanto della violenza esterna sia già entrato nello spettacolo.


1975

RICHARD LONCRAINE

Slade in Flame - Goodtimes Enterprises / Visual Programme Systems

Prima dei grandi palchi ci sono locali di provincia, rivalità fra musicisti e ingaggi da strappare. Gli Slade interpretano i componenti dei Flame, una band immaginaria che cerca fortuna nell’Inghilterra industriale di fine anni ‘60. Richard Loncraine segue la loro ascesa fra piccoli impresari minacciosi e uomini d’affari capaci di confezionare il successo con modi impeccabili. Il manager interpretato da Tom Conti riconosce nel gruppo un prodotto da vendere; i musicisti intravedono finalmente una via d’uscita, mentre perdono voce nelle decisioni che li riguardano. L’esperienza degli Slade dà consistenza alle schermaglie, alla fatica e all’euforia delle esibizioni. Le canzoni conservano la forza di una promessa che i rapporti professionali consumano poco alla volta. Quando arrivano fama e denaro, i Flame hanno sempre meno ragioni per restare insieme: il successo accelera le tensioni nate lungo la strada.


1975

JIM SHARMAN

The Rocky Horror Picture Show - Michael White Productions / 20th Century Fox

Un guasto all’automobile porta Brad e Janet alla porta sbagliata: nel castello di Frank-N-Furter, le loro certezze di fidanzatini rispettabili durano poco. Jim Sharman riprende il musical di Richard O’Brien e mescola laboratori alla Frankenstein, alieni, corsetti e rock’n’roll. Tim Curry governa questo universo con sopracciglia arcuate, tacchi alti e una voce capace di passare dall’invito alla minaccia. Il desiderio attraversa ruoli e convenzioni, ma il padrone di casa pretende anche di dirigere il piacere altrui: alla festa partecipano la gelosia, il possesso e la crudeltà. B-movie diventato cult, con proiezioni assediate da spettatori che rispondono alle battute, indossano i costumi e recitano davanti allo schermo. La sala offre così un posto anche a chi, fuori, fatica a trovarlo.


1976

NICOLAS ROEG

The Man Who Fell to Earth (L’uomo che cadde sulla Terra) - British Lion Film Corporation / British Lion Films

Thomas Jerome Newton cerca sulla Terra l’acqua che manca al suo pianeta. Le conoscenze tecnologiche gli consentono di accumulare una fortuna, ma il viaggio di ritorno si allontana fra interessi economici, controlli e dipendenze. David Bowie presta all’alieno una fragilità fisica che rende inquietante anche un gesto ordinario: attraversare una stanza, bere, guardare la televisione. Nicolas Roeg spezza la continuità del racconto, accosta il deserto americano alle visioni della famiglia lontana, lascia che tempi ed esperienze interferiscano. Gli schermi si moltiplicano davanti a Newton; le immagini della vita terrestre lo assorbono senza aiutarlo ad appartenervi. Nell’incontro con Mary-Lou, il desiderio di vicinanza urta contro una differenza che l’amore fatica a sostenere. L’estraneità di Bowie trova qui un corpo vulnerabile, esposto alla curiosità e alla violenza degli altri. La ricchezza gli permette di possedere quasi tutto, mentre perde la possibilità di tornare a casa.


1979

D. A. PENNEBAKER

Ziggy Stardust and the Spiders from Mars - MainMan / 20th Century Fox

L’annuncio arriva prima di Rock ’n’ Roll Suicide: quello del 3 luglio 1973 all’Hammersmith Odeon sarà l’ultimo concerto. Fra gli spettatori la sorpresa si mescola all’emozione, mentre Bowie prepara il congedo da Ziggy. Pennebaker conserva il percorso verso quel momento, passando dai camerini al palco, dai cambi di costume all’intesa con Mick Ronson. La grana delle immagini e le luci che inghiottono i contorni restituiscono la vicinanza imperfetta di chi cerca di seguire un evento mentre accade. Nei volti del pubblico, il personaggio trova una risposta che nessun abito può costruire da solo: riconoscimento, desiderio, appartenenza. La chitarra di Ronson dà peso e forza alla figura esile del cantante, tenendo insieme teatro e rock. Quando Bowie pronuncia il suo addio, interrompe anche quel rapporto: il pubblico deve separarsi da qualcuno che ha imparato a sentire proprio.


1998

TODD HAYNES

Velvet Goldmine - Zenith Productions / Killer Films / Miramax Films

Indagare sulla scomparsa di Brian Slade costringe il giornalista Arthur Stuart a riaprire la propria adolescenza. Nel 1984, le testimonianze raccolte attorno alla star del glam riportano alla luce anche il ragazzo che Arthur è stato, quando un cantante visto in televisione gli permette di riconoscere desideri ancora inconfessabili in famiglia. Todd Haynes costruisce il racconto attraverso ricordi discordanti, esibizioni e fantasie, affidando a Slade e all’americano Curt Wild tratti di Bowie, Iggy Pop e Lou Reed. Il legame fra i due alimenta un mondo di attrazione, rivalità e ambizioni che il successo logora. Costumi e canzoni conservano però, nella memoria di Arthur, una promessa più duratura delle carriere dei suoi idoli. La distanza dagli anni ‘70 rende doloroso il confronto con ciò che segue: chi ha acceso quella libertà può rinnegarla, mentre qualcuno fra il pubblico continua a portarla con sé.


2019

DEXTER FLETCHER

Rocketman - Marv Films / Rocket Pictures / New Republic Pictures / Paramount Pictures

Elton John entra in una seduta di terapia ancora vestito da creatura del palcoscenico: corna, piume e lustrini accompagnano il momento in cui comincia a raccontarsi. Da questa sproporzione fra magnificenza e bisogno d’aiuto, Dexter Fletcher ripercorre l’infanzia di Reginald Dwight, l’incontro con Bernie Taupin e l’ascesa al successo. Le canzoni attraversano liberamente la cronologia, affidando ai numeri musicali ricordi, paure ed entusiasmi. Taron Egerton le interpreta con una fisicità che tiene vicini il piacere dell’esibizione e la fatica di sostenerne gli eccessi. Gli abiti offrono al protagonista il coraggio di esporsi, mentre l’affetto cercato in famiglia e nelle relazioni resta incerto. L’amicizia con Taupin conserva uno spazio di fiducia dentro una vita sempre più affollata e solitaria. Il racconto trova così il suo approdo nella possibilità di chiedere aiuto, quando gli applausi hanno esaurito il loro potere consolatorio.

LA PLAYLIST

La colonna sonora dell'articolo

Andrea Giorgetti